Intervista a Elena Borgatti

Foto di Davide Giannico

Di Ludovica Lanini

Ciao Elena, la tua è certamente una delle figure più interessanti e particolari nel panorama del body-building natural italiano: sei atleta figure, ma anche powerlifter di livello internazionale, danzatrice e coreografa, personal trainer laureata in scienze motorie e specializzata in malattie rare, ingegnere e docente universitario nell’ambito dei beni culturali. Il tuo profilo ricorda quello dell’intellettuale del mondo classico e -su quella scia- rinascimentale, erudito in più discipline e al tempo stesso dedito all’attività fisica. Come riesci a conciliare occupazioni e ambienti così diversi? Che ruolo riveste, in tutto ciò, l’allenamento?

Obiettivamente elencare tutte assieme le mie diverse attività fa un certo effetto anche a me. In realtà considero ogni traguardo raggiunto come un nuovo punto di partenza e uno spunto per apprendere. Lavorare in ambiti apparentemente molto lontani è stato, in un certo senso, un’ancora di salvezza, un modo di trovare un equilibrio ed apprezzare profondamente ogni diversa attività. Sono una persona curiosa, pertanto dedicarmi in più settori è quasi una necessità. Effettivamente è molto difficile conciliare tutto quello che faccio, ma non perché sia concretamente difficile gestire gli impegni, quanto perché in ogni singolo ambiente preferirebbero che mi dedicassi solo a una particolare specialità per rendere il lavoro più specifico in un unico sport. Nel 2019 mi sono trovata a gestire ben 16 gare tra nazionali e internazionali di bodybuilding e powerlifting. Sono andate tutte molto bene tanto da raggiungere podi importanti e portare a casa un bel po’ di medaglie, trofei e record nazionali e addirittura mondiali. Contemporaneamente ho partecipato, spesso da protagonista o da solista, ad importanti produzioni teatrali in veste di ballerina classica. Alla luce di tutti questi impegni, il coach del powerlifting è convinto che senza il bodybuilding e la danza avrei potuto fare ancora di più.  Il coach del bodybuilding dice la stessa cosa riguardo al powerlifting e in teatro vedono la mia muscolatura come un limite. Eppure, in ultima analisi, non sarei migliorata nel powerlifting senza l’esperienza di allenamento e gestione alimentare del bodybuilding e certamente non avrei ottenuto così rapidamente dei buoni risultati nel bodybuilding se non avessi lavorato tanto e bene sulla forza e sulla tecnica. In teatro, al cinema e nella fotografia, la mia corporatura muscolosa, ma flessibile e raffinata dalla danza si presta bene a molte performance artistiche. Quindi ho concluso che nel mio essere c’è bisogno di tutto, almeno per il momento. Perciò l’allenamento ricopre il ruolo centrale di ogni mia giornata. Mi alleno mediamente 5 ore al giorno, sabati, domeniche, festività compresi.

• Descrivici una tua giornata tipo. Come riesci a gestire allenamento e dieta pur tra svariati impegni e contesti eterogenei?

Da molto tempo le mie giornate sono tutte uguali. Mi alzo presto al mattino, prendo tutte le misure di peso, circonferenze, temperatura, le segno sul registro quotidiano, controllo i macros della giornata e le schede del powerlifting e del bodybuilding. Poi faccio il primo allenamento del giorno, che di solito è una sessione di ginnastica posturale con focus sul core e sul bilanciamento delle catene cinetiche. Successivamente mi occupo di personal training e in pausa pranzo tengo le lezioni per gli studenti universitari. Nel pomeriggio inizia l’allenamento del powerlifting e a seguire quello del bodybuilding. In orario serale tengo altre lezioni o qualche ora di personal training, e infine mi dedico all’allenamento della danza o faccio una corsa a seconda dei giorni. Prima di dormire mi preparo i pasti per il giorno dopo.

Come ti sei avvicinata al body-building natural e in particolare al mondo delle gare?

È stato un caso. Tutto è successo nella primavera del 2018. Frequentavo il Garage Training in provincia di Vicenza per i miei allenamenti di powerlifting. Un giorno, mentre mi allenavo, è entrato Fabio Zonin dicendo a Massimiliano Montanara: “ Ma chi è quella che fa squat pesante con quel fisicaccio?” . “Ma dai, è l’Elena!”. “Max, l’Elena è diventata una figure”. Io non sapevo neppure cosa fosse una figure. Daniela Padovan mi ha poi spiegato un po’ di cosa si trattava. Incuriosita, ho seguito dei workshop di Daniela e Michele Rigon e ho partecipato a luglio alla mia prima gara. Da lì una rapida escalation di podi in più federazioni natural, compresi podi europei, perciò a fine anno ho deciso di farmi seguire seriamente da Fabrizio Liparoti. A quel punto mi sono addentrata nel complesso mondo del bodybuilding. Se prima ero solo una persona con un potenziale, poi ho capito quanta conoscenza, dedizione e determinazione richiede far uscire il potenziale. Le gare vissute dall’interno sono molto diverse da quello che appare dall’esterno. La gara, con tutto quello che comporta, necessita di una tale conoscenza dei dettagli tecnici (condizione in gara, tanning, gestione dei tempi, posing sotto i riflettori ed altro ancora) che si imparano solo facendo molte gare.

Cosa rappresenta per te il palco, anche rispetto ai palchi già calcati con la danza e alla cattedra dell’ambiente accademico?

Il palco per me è come una casa dove si vive e si incontrano persone che condividono gli stessi interessi. Il teatro è forse il mio luogo preferito perché ci sono cresciuta e maturata dentro. Il palco non è per me un luogo di esibizione ma di comunicazione, come mi hanno insegnato i grandi maestri. Quanto più ci si discosta dalla finzione e quanto più si attinge alla genuinità di azioni e sentimenti, tanto più profondo sarà il dialogo con lo spettatore. Questa regola vale per ogni tipo di palco.

• Il body-building è -per definizione stessa- una disciplina radicalmente individuale: il lavoro è interamente su te stesso, il tuo corpo, il focus e -in ultima battuta- una giuria cui offrirsi, da soli davanti a tutti. Quanto conta, di contro, il rapporto interattivo con il preparatore e con la squadra?

In realtà dopo quest’anno di lavoro con la mia squadra, ho imparato quanto sia importante l’interazione con il coach e con gli altri atleti.  Tutti hanno un ruolo importante, e, anche se è il singolo ad essere giudicato, ogni atleta è il risultato di tante persone che sono intervenute in fase di preparazione e di gara. Per quanto mi riguarda, con il coach ci sono state molte discussioni interessanti su come agire e procedere in base a come reagiva il mio corpo alle variazioni di alimentazione, agli allenamenti o allo stress delle gare. Allo stesso tempo era fondamentale il giudizio critico degli altri atleti della squadra sia dal punto di vista estetico sia per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti di un obiettivo. Questa profonda interazione con il coach e la squadra è stata indispensabile per comprendere meglio la gestione delle risorse fisiche e mentali durante la preparazione, e inoltre in gara mi ha dato molta sicurezza.

Vantando anche una carriera da powerlifter professionista, puoi essere considerata un’esponente dell’approccio, oggi in crescita in Italia, del powerbuilding. Puoi spiegarci brevemente di che si tratta e cosa ne pensi, in qualità di atleta e trainer?

Il powerbuilding in teoria è semplicemente un allenamento della forza con fini anche estetici, ma nella pratica è una specie di mostro a due teste di cui in tanti parlano ma che pochi praticano veramente. In realtà per fare powerbuilding bisogna concentrarsi tutti i giorni su come fare le alzate corrette, forti e valide anche ai fini di una eventuale gara, il che significa imparare a gestire il corpo da un punto di vista del controllo motorio ma anche saper attivare i muscoli giusti per ottenere il massimo della forza (senza cheating, senza compensi). Bisogna inoltre percepire il grado di attivazione e di affaticamento dei muscoli coinvolti sia sulle alzate principali e sia sui complementari. Lo sviluppo estetico della muscolatura dovrà essere tale da risultare armonioso, simmetrico e definito come richiesto dalle gare. Questo allenamento richiede molte ore al giorno, seguendo una dieta studiata apposta per riuscire a gestire questa mole di lavoro senza intaccare la forza e senza rovinare l’estetica. Il tempo è al centro della buona riuscita: per diventare forti ci vuole tempo e una costanza inimmaginabile. Per diventare estetici ci vuole ancora più tempo e ancora più costanza. Fare powerbuilding quindi vuol dire dedicarsi completamente e quotidianamente alla cura della forza e dell’estetica.
Da un punto di vista storico-filosofico, il neologismo powerbuilding affonda le radici nel concetto caro agli antichi greci di kalokagathìa, dal greco “kalòs kai agathòs”, cioè bello e buono, dove per buono si intendeva “valoroso in battaglia”. I greci, infatti, ritenevano che l’uomo eroico dovesse avere delle forme estetiche perfette ma che fosse anche capace di esprimere grande forza in battaglia contro i nemici. Per questo obiettivo l’uomo doveva sottoporsi a molti sacrifici sia sul piano fisico che su quello morale.

Tra le molte attività, hai anche affrontato e superato una malattia grave come il cancro. Che ruolo ha giocato lo sport nel percorso di malattia e guarigione?

Ho iniziato con i pesi dopo l’operazione che mi ha estirpato il male. Dopo l’operazione, nel 2016, ho iniziato immediatamente a fare attività imponendomi di fare quotidianamente delle corse più o meno brevi, compatibilmente con il mio stato. Dopo le radio e chemioterapie ho pensato di iniziare con i pesi perché sentivo dentro di me una rabbia che credo altre persone colpite da questo male provino, e volevo reagire alla debolezza del mio corpo. Mi sono iscritta in una palestra low cost senza sapere esattamente cosa fare. Ero una ballerina e non avevo mai preso un peso in mano se non per un esame universitario a Scienze Motorie. All’epoca avevo iniziato una nuova laurea in cui stavo proprio studiando i protocolli motori da applicare nei diversi tipi di malati di cancro, così ho sperimentato su me stessa cercando di approfondire quanto più possibile le ricerche pubblicate sulle riviste scientifiche internazionali. Naturalmente in palestra sollevavo pesi senza rendermi conto di quale fosse lo standard femminile: sollevavo e basta, ma più di una persona si è accorta che ero forte e qualcuno che frequentava la palestra con me ha deciso di iscrivermi ad una gara nazionale di powerlifting. Non conoscevo la tecnica dello squat, della panca e dello stacco da terra, ma ho vinto e ho battuto anche diversi record italiani nel giugno del 2017. Quell’exploit mi ha consentito poi di andare alle gare europee che ho vinto.  Tutto per caso, tra una terapia in ospedale e l’altra. Non so come sono uscita da questa malattia ma ricordo bene quando sono andata all’ultimo controllo nel marzo di quest’anno. “Lei è guarita”, mi ha detto la dottoressa. Non sapevo se crederci, se gioire, se piangere. Ma quando si viene travolti da questa malattia, cambia il senso del tempo. Si ha voglia di fare più cose possibili finché ci si sente forti abbastanza, e si ha paura di mancare gli obiettivi perché non si sa se ci sarà un’altra chance. Lo sport mi ha accompagnata e sostenuta nelle fasi più drammatiche della mia vita. Trovo sensato e ragionevole dedicargli tutto il tempo possibile.

• Cosa diresti ad aspiranti atleti che vogliano avvicinarsi al mondo delle gare di bodybuilding natural?

Direi che imparare ad allenarsi, nutrirsi e gestire il proprio corpo con estrema cura e consapevolezza è il più bel regalo che ci si possa fare. Il momento della gara deve essere vissuto come un ulteriore momento di conoscenza, confronto e condivisione.

Grazie per il contributo, Elena, complimenti per il tuo percorso e auguri per le tue molteplici attività.

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L’intervista a Elena Borgatti è stata fatta da Ludovica Lanini, collaboratrice di Excellent Style come traduttrice, Personal Trainer FIPE, istruttrice di pilates CSEN e Dottore di ricerca in Linguistica.

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